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Il servizio socio-educativo serve a questa fase del capitalismo?

11 Ago

el capitalismo

Sull’annoso tema del profili del (o degli) educatori, sul quale in particolare in Regione Liguria tanto si discute, vorrei proporre alcune chiavi di lettura.
Parto da un assunto: ciò che determina statuto, funzioni e ruoli in questo campo, è la domanda sociale di educazione, storicamente determinata ed istituzionalmente cristallizzata.
Credo si possa fornire un quadruplice volto a questa domanda sociale:
1. domanda di cura,
2. domanda di controllo e di integrazione sociale,
3. domanda di benessere,
4. domanda di istruzione.
Proverò in seguito a meglio articolare questa quadruplice domanda. Prima però vorrei mettere bene a fuoco come la domanda (che definisco genericamente “sociale” ma che non va confusa con collettiva o popolare, poiché può essere espressione anche di ristrette comunità, come quella accademica o quella politica-amministrativa) sia la vera “struttura” del servizio socio-educativo e che l’offerta inevitabilmente segue la domanda.
E quindi è necessario partire dal contesto socio-economico e storico di riferimento. Perché è lì che si struttura la domanda ed è lì che vengono prese le decisioni in merito all’utilità e quindi al valore da conferire ai servizi educativi (e quindi agli operatori che li erogano). Ciò senza trascurare la cristallizzazione istituzionale che (es. la definizione di educatore professionale come figura dell’ambito sanitario), mediante meccanismi normativi, amministrativi e di finanziamento, codifica ed irrigidisce pratiche, funzioni e ruoli, anche in (temporanea) contro-tendenza rispetto a quella che è la domanda sociale emergente.
Nel dibattito corrente, troppo spesso si tende a pensare che esista una “pedagogia”, intesa come scienza (ed in quanto tale sottratta alla valutazione di utilità sociale), prodotta dagli ambienti accademici e finalizzata essenzialmente allo sviluppo democratico e civile del paese.
Le cose invece vanno al contrario: esiste una domanda sociale storicamente determinata che produce pratiche le quali vengono sussunte all’interno di teorie, le quali a loro volta danno da mangiare agli accademici e soprattutto forniscono la base concettuale per istituzionalizzare tali pratiche in dispositivi amministrativi.
Ciò ovviamente non senza conflitti tra i diversi portatori d’interesse e soprattutto muovendosi sopra crinali storico-sociali che sono in continuo mutamento, oggi così rapidi da rendere i dispositivi amministrativi già vecchi quando nascono.
Torniamo ai quattro aspetti della domanda sociale che struttura il servizio socio-educativo. Volutamente i quattro aspetti sono posti in ordine di “rilevanza” (nel momento storico-sociale attuale).
Domanda di cura
Non è necessario dilungarsi in lunghe quanto conosciute analisi in merito al crescente disagio sociale ed alle innumerevoli forme di sofferenza, di disabilità e di dipendenza concretamente vissute da quote enormi di popolazione. Ciò che si stenta ancora ad accettare è che il paradigma sanitario (e le potentissime lobbie che operano nella sanità e nella farmaceutica) ha medicalizzato buona parte di questa domanda di cura. Possiamo non essere d’accordo (ed io non lo sono affatto) ma è così. Faticosamente da alcuni decenni, finita la felice parentesi degli anni 70, molte voci provenienti dal campo delle scienze umane cerca di ricordare che la persona non è soltanto un organismo fisico, ma è un essere sociale, è anche psiche e, se vogliamo, è pure “anima”. Ma la battaglia è stata persa.
In questo ambito al servizio sociale viene chiesto di occuparsi della funzione lenitiva e contenitiva della sofferenza, in modo ancillare rispetto alla medicina oppure quando la medicina non ha più strumenti per intervenire. Anche la funzione riabilitativa, come dimostra l’iter di professionalizzazione della categoria, non sfugge dal paradigma medicale.
In termini quantitativi bisognerà spiegare perché dagli anni 80 in poi, il boom occupazionale nel settore del socio-sanitario ha riguardato principalmente due figure: l’OSS e la badante.
Le figure dei medici, degli infermieri, dei terapisti e dei farmacisti hanno visto una stabilizzazione quantitativa il che, a fronte del forte incremento di laureati in queste materie, ha significato per alcuni di questi se non disoccupazione, certamente precarizzazione e peggioramento delle condizioni di impiego.
Le figure del socio-educativo “puro” stanno assistendo invece ad un calo quantitativo e ad un processo di avvilimento retributivo ed occupazionale tale da provocare una vera e propria fuga dal sociale.
In questa decadenza del servizio sociale, sono cresciute invece le strutture del privato sociale e del privato profit, un mondo con molti chiaro-scuri che tuttavia ha la capacità di intercettare questa domanda sociale, fornendo risposte che sono un mix di intervento sanitario-riabilitativo ed intervento “sulla persona” utilizzando svariate tecniche di relazione d’aiuto, spesso ispirate da spinte vocazionali di matrice spirituale.
Ciò che è in via di estinzione è il lavoro sul territorio e la prevenzione, che non a caso può essere legittimato soltanto da una domanda del 2° tipo (che vedremo dopo) e che può provenire soltanto dalla politica.
Domanda di controllo e di integrazione sociale
Risparmio ai lettori la citazione dell’immensa mole di letteratura che nei secoli ha fondato le scienze umane sulla necessità di tenere sotto controllo i comportamenti sociali devianti e sull’interesse delle comunità a favorire meccanismi di inclusione sociale.
Controllo sociale ed integrazione sociale sono due facce della stessa medaglia e tutte le società ad un certo stadio del loro sviluppo e parallelamente all’incremento di complessità, sentono la necessità di investire risorse sui dispositivi di controllo i quali, con l’avvento del Welfare State si sono evoluti dalla mera repressione e/o contenimento del deviante, alla prevenzione mediante dispositivi di integrazione sociale. In primis mediante la scuola e poi mediante i servizi sociali.
Diverse fonti ritengono che da questo punto di vista sia in atto una regressione e quindi si debba assistere ad un rinnovata domanda sociale verso i dispositivi di repressione e contenimento (carcere, segregazione, espulsioni, alterazione chimica delle facoltà vitali…). In ogni caso, anche l’approccio “integrazionista” non sfugge al marchio di origine, che è quello di assicurare l’ordine. Diverge semmai nei metodi e nei tempi (forse anche nei costi, nel senso che costa di meno).
Andando a scavare nei dibattiti dei vari consigli comunali e nei conseguenti provvedimenti e bandi di gara, si scorge dietro ad ogni decisione di spesa nel campo sociale, l’insorgere di una qualche “emergenza”: clandestini, rom, tossicodipendenza, baby-gang, prostituzione minorile, ludopatia, ecc. Là dove l’ente locale sente di non avere la legittimazione e gli strumenti per intervenire con la violenza di Stato, allora si rivolge al servizio socio-educativo. Spesso più per legittimare se stessa come classe politica deliberante che non perché creda veramente nell’efficacia di questi interventi. Che infatti efficaci non lo sono quasi mai, dovendosi muovere sulla scia dell’emergenza e nei tempi ristretti di un bando di gara (in attesa della prossima emergenza e dei prossimi tagli alle finanze locali).
Tuttavia, se proprio vogliamo individuare una domanda sociale che è in grado di creare posti di lavoro per il lavoro socio-educativo (non facilmente medicalizzabile), la domanda di controllo ed integrazione sociale rimane forse la più significativa.
Certo occorrerà riflettere su come si possa, a lungo andare, rispondere a tale domanda se non si ritorna a parlare di prevenzione e non si ricostituiscono comunità di pratiche e luoghi di formazione per e con gli operatori del sociale. Ed in ogni caso occorre essere consapevoli che questa domanda sociale è la più esposta ai tagli della spesa pubblica.
Domanda di benessere
Vi risparmio le citazioni di Bauman, di Beck e di tutta la solfa sulla società liquida. Comunque la si voglia vedere, vi è una incessante e spasmodica domanda di benessere che in quanto indeterminata viene sapientemente intercettata dai furboni del mercato del benessere.
Si cerca il benessere non necessariamente perché ci si senta privi, ma perché la pulsione del soggettivismo ci condanna alla continua ricerca del meglio: nella forma del corpo, nell’alimentazione, nella fruizione di prodotti “culturali”, nella ricerca di un oltre esotico e di orizzonti geografici “da sogno”. Non si riflette mai abbastanza sullo spazio che hanno trovato in questi decenni tutte le discipline esoteriche, spirituali, orientaleggianti variamente combinate (un po di psicologia, un po di spiritualità, molta pratica, risultati immediati). Non è per spirito di ricerca religiosamente orientata, ma è una nuova forma di consumismo del benessere.
La cosa curiosa è che in questa domanda emergente di benessere psico-fisico, le scienze della pedagogia e della relazione d’aiuto, avrebbero molto da dire. A ben vedere si scopre l’acqua calda, come il piacere di leggere un bel libro, recitare un salmo, ammirare un paesaggio, fabbricare qualcosa con le proprie mani, sorseggiare un buon vino, respirare profondamente, ascoltare il proprio corpo, spendere tempo a parlare con gli amici…
Dispiace però che questa domanda venga intercettata soprattutto da discipline posticce e sincretistiche quando si potrebbe invece attingere al consolidato patrimonio della filosofia, della pedagogia, della sociologia, non soltanto quella accademica ma quella delle pratiche che nei secoli l’Occidente e l’Italia hanno inventato (ad es. i campi Rousseau, la scuola della Montessori o di don Milani…).
Domanda di istruzione
Siamo troppo abituati a vedere la scuola e l’istruzione come un sistema etero – determinato dall’alto, finalizzato soltanto alla trasmissione dei saperi ritenuti necessari all’integrazione sociale e professionale. E non vediamo che esiste a livello diffuso una domanda di sapere che, non trovando nella scuola tradizionale adeguata risposta, si rivolge altrove, soprattutto alla Rete ed ai Social media. Nei ceti sociali più abbienti è ormai diffusa la pratica di cercare la scuola migliore per i propri figli, fin dalla tenera età. E non importa se devono andare all’estero e se si tratta di pagare cifre notevoli. Appena sopra la fascia di reddito di sopravvivenza, le famiglie italiane se possono, scelgono l’istruzione privata, anche solo come integrazione a quella pubblica.
Sbaglia chi riduce ciò ad un fenomeno di snobismo. Si cerca l’istruzione di qualità, sia da un punto di vista prestazionale (i saperi scientifici e linguistici fondamentali) che da un punto di vista di crescita umana integrale. E quando la scuola pubblica (raramente purtroppo) riesce a garantire tali standard, viene premiata, non dallo Stato, ma dagli studenti.
Le figure professionali che operano nel socio-educativo trovano spazi in queste realtà, sia a livello di dopo-scuola o di animazione nella prima infanzia e sia nella funzione educativa e di tutoraggio verso quella che, secondo me, è la vera emergenza educativa, cioè i maschi della fascia 13-18 anni. Nonostante la mutazione antropologica indotta dai Social media, o forse proprio in virtù di essa, si amplia la domanda di relazione uno-ad-uno, educatore-allievo. Cresce la domanda di accompagnamento, educazione, tutoraggio verso i bambini, gli adolescenti ed i giovani. E la scuola tradizionale, per come funziona in Italia, non è in grado di fornire risposte sufficienti. Anche la formazione professionale, là dove funziona, da tempo ha capito che la chiave del successo è la capacità di integrare la pratica nei contesti di lavoro con la qualità della relazione educativa.

(spero che il confronto possa proseguire)

Nota: ho preso spunto dal recente libro di Francesca Oggioni (Carocci, 2014). Consiglio di leggere il libro ma avverto che si tratta di una tesi compilativa di dottorato, con tutti i limiti della citatologia e della conseguente mancanza di una “teoria” di riferimento. Quindi dal libro non giungono proposte specifiche in merito al profilo dell’educatore. Tuttavia esso rappresenta un utile stimolo per un brain storming sul tema dei servizi socio-educativi oggi in Italia.

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Pubblicato da su 11 agosto 2015 in Uncategorized

 

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