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Il lavoro è un diritto?

20 Giu
ddd

gustavo zagrebelsky

< Unico tra i diritti , il diritto al lavoro è enunciato tra i principi fondamentali della costituzione. Ma che diritto è? E’ chiaro che non si tratta d’uno dei diritti che i giuristi chiamano “perfetti”, diritti che il titolare può far valere in giudizio, nei confronti dell’obbligato, per ottenere il riconoscimento dell’obbligazione del secondo verso il primo e la sua condanna in caso d’inadempimento. Nulla di tutto ciò. L’accesso al lavoro deriva dall’equilibrio tra domanda ed offerta di lavoro, cioè da fattori di ordine economico e sociale e non certo primariamente giuridico. Non esiste legge, non esiste tribunale al quale il lavoratore possa appellarsi per ottenere un posto di lavoro. Il lavoro non è un bene che esista in natura sul quale possano accamparsi dei diritti. Di diritti in senso pieno si può parlare solo entro il rapporto bilaterale istituito con il contratto di lavoro. Ma nessuno, in un sistema basato sulla libertà, può imporre di contrattare e stipulare. Ciò non significa che il lavoro non sia un diritto. Semplicemente dobbiamo dire che vi sono pretese di diverso tipo: alcune si configurano come “diritti perfetti” e hanno come luoghi tutelari i tribunali; altri hanno come referente la politica, concetto generale che in termini costituzionali si dice “Repubblica”: legislazione, amministrazione, forze economiche e sociali, cioè tutte le componenti  di possibili “politiche del lavoro”. Che tali pretese si rivolgano non ai tribunali ma alla politica, non significa affatto ch’esse siano meno urgenti, meno cogenti nei riguardi di coloro che devono dare loro risposte: che non siano diritti.  La Costituzione non può che fare due cose: predisporre le condizioni e le forme necessarie, che devono però essere riempite di contenuto perché il diritto sia reso attuale. La Costituzione dice in verità, non che il lavoro è condizionato dalla politica, ma che la politica è e deve essere condizionata dal lavoro.>

Tratto da: Gustavo Zagrebelsky, Fondata sul lavoro, Einaudi, 2013

La citazione è utile per chiarire il concetto di diritto al lavoro. Il lavoro non è un diritto nel senso strettamente giuridico. E come non vi può essere diritto alla felicità o diritto alla ricchezza, non vi è un diritto al posto di lavoro. Allo stesso modo non si può rendere illegale la tristezza né la povertà e tanto meno la disoccupazione.

Tuttavia la nostra bellissima Costituzione ci ricorda che il lavoro è un bene primario e come tale interroga la “Repubblica”, cioè la politica. Una politica che si dimostrasse incapace di agire di fronte ai problemi della disoccupazione e più in generale di fronte ai problemi della povertà e delle disuguaglianze, denuncerebbe se stessa come in-costituzionale, cioè non all’altezza delle finalità ad essa assegnate dalla carta costituzionale.

In questo senso è necessario ricondurre ogni ragionamento in materia di “diritti sociali” non soltanto all’articolo 4 ma soprattutto all’articolo 3 quando dice: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

Nel campo dei diritti sociali il compito della Repubblica è “rimuovere gli ostacoli”. Non è mica poco. E’ molto di più del “riformismo”.

Questo approccio dovrebbe caratterizzare ogni rivendicazione in materia di lavoro, per chiedere alla politica ciò che spetta alla politica, senza mai dimenticare che il primo campo di battaglia sono i rapporti economico – sociali.

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1 Commento

Pubblicato da su 20 giugno 2013 in Uncategorized

 

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Una risposta a “Il lavoro è un diritto?

  1. fausto

    2 maggio 2015 at 10:27

    L’Italia chiacchiera di lavoro da settanta anni, ma ne ha sempre creato poco. Gli occupati italiani sono e restano quattro gatti, e non è un mistero né una novità recente. La risposta mancante è adesso: come dovrebbero campare gli esclusi? Esiste un diritto a negare il pane a qualcuno? Esiste un diritto ad imporre miseria? Se si, chi deve pagare un affitto e non ha uno stipendio come dovrebbe comportarsi? Se la nazione si rifiuta di tutelare un cittadino, quest’ultimo perché mai dovrebbe rispettare le regole imposte dalla sua nazione?

    La domanda è più elementare: esiste un diritto di cittadinanza in Italia? O siamo cittadini del nulla più assoluto? Valiamo in quanto persone o in quanto conti in banca? Con poche semplici risposte possiamo capire subito in quale regime viviamo, se democrazia o becero feudalesimo.

     

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