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La nuova strategia USA

09 Gen

 

 

obama cia

Obama in pochi giorni ha fatto due nomine importanti: la prima è quella di Chuck Hagel come nuovo segretario alla Difesa al posto di Panetta dimessosi dopo uno strano scandalo sessuale, l’altra è quella di John Brennan a capo della CIA.

Per Brennan non ci dovrebbero essere problemi mentre per Hagel al senato ci sarà battaglia: aveva criticato la guerra in Iraq ai tempi di Bush (e lui era allora un repubblicano) e alcune sanzioni contro l’Iran. Partiamo da quest’ultimo punto.

Alcuni osservatori attenti denunciano il fatto che la politica “populista” di Ahmadinejad farebbe pagare l’effetto delle sanzioni alla classe media e non alle classi inferiori. Quella che da noi si chiamerebbe “giustizia sociale” nell’ottica geopolitica è intesa come una mossa astuta per indebolire l’opposizione interna che infatti fa leva sulle classi medio-alte di Teheran (osannate da tanti cosiddetti comunisti o sinistrorsi radicali di casa nostra).

Quindi il messaggio politico della nomina di Hagel è il seguente:

1) E’ fallito il Piano A di Bush Jr, ovvero la conquista diretta di stati che in qualche modo gravitavano in orbita sovietica (Iraq, Afghanistan e in Europa Ucraina e Bielorussia tramite le fallite “rivoluzioni colorate” di Soros),

2) Il Piano B, ovvero la destabilizzazione dall’interno – leggi “primavere arabe” (quelle genuine sono state represse nel silenzio, quelle taroccate sono state esaltate dai confusi soi-disant comunisti e sinistrorsi di cui sopra) hanno avuto abbastanza successo. La Libia è stata presa, l’Egitto ha un presidente, Morsi, frutto del compromesso tra islam politico e gli USA (preannunciato proprio al Cairo dal famoso discorso di Obama all’Università). Morsi sta sponsorizzando una tregua di lunga durata tra Hamas e Israele. Tutto bene (anche in Sudan e Ciad, grazie anche all’affascinante testimonial radical George Clooney).

Ma in Siria l’imperialismo USA-Nato si sta scontrando con delle forze armate compatte e con la linea di resistenza Russia-Cina, ovvia, dato che la Siria è il preludio all’Iran e quindi il preludio al faccia-faccia tra il blocco USA-Israele-Nato contro questi due Paesi.

Ecco allora il Piano C, che è poi un ritorno ai vecchi amori: cioè la balcanizzazione degli avversari. Era una strategia di Brezinski, che però sognava di applicarla in grande, cioè alla Russia e alla Cina, alla fine degli anni Settanta. E’ successo più tardi, per l’appunto, nei Balcani.

E ora Obama la ricicla: non è importante la conquista diretta della Siria (problematica), nè la caduta di Assad (anche questa abbastanza problematica). Releghiamo Assad all’area damascena e a qualche provincia ostica e creiamo emirati islamici un pòqua e un pò là.

Cioè facciamo fallire la Siria come Stato unitario.

La stessa cosa può essere replicata in Iraq (già sta succedendo) e magari in Libano (ecco perché Hezbollah è favorevole all’Unifil).

A questo punto entra in scena una rediviva CIA sotto la guida dell’esperto Brennan, fedelissimo di Obama. Per balcanizzare servono i servizi segreti più che gli eserciti (che è meglio surrogare coi droni. Pazienza se ammazzano al 90% civili – lo sapevate di quell’operatore di droni americano che si è rifiutato di premere il bottone? Brennan comunque ha già detto che vuole renderli più precisi).

Con gli alleati balcanizzati, l’Iran dovrebbe scendere a più miti consigli, che secondo me per ora sono l’equidistanza tra USA-Nato e Russia-Cina. Poi si vedrà.

Insomma, le due nomine fresche fresche potrebbero essere spiegate così.

Se è vero che si va verso una de-globalizzazione e regionalizzazione del sistema-mondo e relativa compartimentalizzazione dell’economia, l’impero deve assicurarsi capisaldi e teste di ponte per coprire questa parziale ritirata e dar man forte nelle prossime guerre valutarie e commerciali.

Potrebbero fungere alla bisogna alcuni stati balcanizzati cuscinetto e nuovi focolai di destabilizzazione tutto intorno a Russia e Cina. Risentiremo parlare di Cecenia? Di Caucaso? Di Uiguri? Di Tibet? Non so dirlo. Occhio anche alle mosse dell’India. Ha imparato dalla Cina a parlare sottovoce, come i cani grossi, che non abbaiano.

Piero Pagliani – pier.pagliani@gmail.com – Roma, 08/01/2013

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Pubblicato da su 9 gennaio 2013 in Uncategorized

 

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