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Nessuno dovrebbe sentirsi straniero

20 Ott

Sul fenomeno immigrazione (e sul delicato tema dell’incontro tra diverse identità culturali), mi permetto di aggiungere una piccola nota che potrà sembrare minimalista e non in grado di incidere sulle cause ma che, secondo me, potrebbe fare la differenza per una forza politica che si proponesse come Alternativa all’esistente.

Mi riferisco alle strutture deputate all’accoglienza dei migranti nel nostro paese.

Chiunque di noi provasse a seguire l’iter che un migrante deve seguire per potersi stabilire nel nostro paese, vedrà che per loro, la faccia dello Stato ha sempre e solo il volto del poliziotto, con dietro normative bizantine e contraddittorie che nemmeno i poliziotti riescono a decifrare.

A nessuno viene in mente che strutture comunitarie locali, adeguatamente supportare da un valido sistema di servizi sociali (ed in stretta collaborazione con le forze dell’ordine), potrebbero diventare la prima e principale interfaccia tra migrante e stato italiano? Avendo come riferimento un solo obiettivo: il ben vivere dell’immigrato, aiutandolo a conformarsi al sistema di regole vigenti nel nostro paese. E cioè: scuola per i figli, igiene alimentare, sicurezza stradale, regole di un condominio, come si cerca lavoro, le voci della busta paga, ecc.

Personalmente conosco decine di nuovi immigrati, che altro non desiderano che integrarsi, ma nessuno ha finora spiegato loro che cosa bisogna fare (si provi a riflettere sul concetto di A-nomia…).

Con una capacità di accoglienza come quella qui proposta, l’incontro tra culture, la valorizzazione delle differenze e l’interculturalità, diventerebbero esperibili, perché costruite su una base di rispetto delle regole fondamentali per la convivenza nel paese in cui si è deciso di vivere. Allo stesso modo i fenomeni di illegalità ed anche di delinquenza troverebbero fin dall’inizio un serio deterrente. E così le carceri si alleggerirebbero di ospiti stranieri. Al contrario invocare il reato di immigrazione clandestina è una strada sbagliata, oltre che ipocrita. Perché non entra nella sostanza del problema (si vedano i costi ed i danni procurati dai centri di identificazione ed espulsione (CIE).

Insisto su questo approccio perché in questi 20 anni i servizi sociali sono stati falcidiati, anche dalle politiche della sinistra vittime dell’individualismo consumistico.

E’ chiaro che occorre ripensare alle forme dell’intervento pubblico nel sociale, rendendo più partecipi le comunità locali, i quartieri, le parrocchie… Ma è anche chiaro che in una città come Milano, oggi, in certi quartieri c’è il far west, dove vince il più forte e tutto finisce con le sirene della polizia. Proprio lì dove fino a 20 anni fa esistevano i comitati di quartiere, i circoli operai, le bocciofile, i centri sociali e tutte quelle istanze di mediazione sociale che possono favorire integrazione e soluzione dei conflitti. Istanze che si sono deperite per tante cause, ma anche per motivi molto prosaici come la mancanza di fondi, normative su SIAE e sicurezza, HACCP e quant’altro, allucinanti ostacoli burocratici che demotivano chiunque.

“…Neanche un prete con cui parlar…” diceva Celentano, ed oggi gli immigrati potrebbero dire “neanche un capo villaggio a cui presentarsi quando arrivi in città“. La politica locale può fare molto a questo proposito e si badi bene che questo approccio all’accoglienza verso i migranti potrebbe diventare la traccia per ripensare tutto il tema del welfare state e del ruolo della politica (locale) nella regolazione della vita sociale.

In quanto studioso delle politiche sociali, sono assai convinto di quanto sopra detto. Per questo sono deluso dal fatto che Pisapia, qui a Milano, a fronte di specifiche proposte per affrontare (sperimentalmente) con questo taglio i quartieri problematici (Via Padova e Via Sarpi, per poi arrivare agli altri peggiori) abbia saputo rispondere soltanto che “mancano i soldi”.

Altro che fantasia al potere!

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Pubblicato da su 20 ottobre 2012 in Uncategorized

 

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