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A proposito di democrazia e trasformazione interiore Appunti tratti da Agnes Heller, Morale e rivoluzione

12 Ago

Agnes Heller[1], ungherese, atea, marxista sui generis, esponente di spicco della “scuola di Budapest”, oltre 30 anni fa svolgeva una interessante riflessione sui valori morali e sulle condizioni per costituire una democrazia “socialista”, contro le derive positivistiche del marxismo di regime.

Il lettore non avrà difficoltà a contestualizzare quanto qui riportato, nel periodo storico (anni 70) e nel contesto geopolitico (l’Europa dell’Est). Tuttavia queste parole trovano oggi una sorprendente attualità, in particolare per un laboratorio politico come Alternativa.

“Sì c’è il male morale che ha arrecato non poco danno alla causa del socialismo. Ci troviamo di fronte ad esso ogniqualvolta fanatici di idee astratte intendono attuarle o le attuano contro la convinzione e la volontà degli altri, in nome e nell’interesse dei quali agiscono.

Si tratta spesso di eroi che rinunciano alla soddisfazione dei propri bisogni, ma al tempo stesso sono deleteri. Le loro intenzioni morali possono essere molto più pericolose di tutte le sottigliezze politiche. Questi fanatici delle idee astratte sono protagonisti e rappresentanti dell’estraneazione della morale allo stesso modo dei puri e semplici egoisti.

Ma se noi postuliamo un modello in cui nessun capo o eroe sia più legittimato a decidere sul destino dei movimenti di massa, delle nazioni, dell’umanità, assumendosene interamente la responsabilità, bensì tutti gli interessati, prendendo parte al medesimo processo decisionale, siano investiti di una responsabilità collettiva, il pericolo del male morale viene meno.

Allora le istanze morali potrebbero assumere forma dialogica, all’interno della quale i fanatici delle idee astratte rappresenterebbero sempre una trascurabile minoranza. Le implicazioni morali del marxismo, fondate sulla comunicazione razionale e sulla comunità di vita, mirano proprio a togliere terreno al male morale”[2].

Agnes Heller sviluppa creativamente una intuizione di Habermas. Il filosofo tedesco negli anni 60 aveva svolto ricerche sul modo di formazione del consenso nella società borghese ed aveva elaborato il concetto di Offentlichkeit, difficilmente traducibile in italiano ma che potrebbe più o meno corrispondere all’opinione prevalente che si forma all’interno di una formazione sociale. La tesi di Habermas è che la società borghese opulenta si regge più di altre sul deliberato consenso (con tutte le possibili manipolazioni). Su questo tema del consenso, Habermas ha proposto una ipotesi di “salvezza” della democrazia basata sul “discorso razionale” e sulla “comunicazione libera dal dominio” i cui contenuti sono la necessità di ancorarsi ad un metodo, che è quello della razionalità, e sviluppare un processo di liberazione da un dominio che è in primo luogo mentale.

Lo spunto interessante della Heller è che parte proprio criticando Habermas in merito all’impossibilità di fondare il consenso senza fare riferimento a dei valori ed all’impraticabilità di un consenso concepito come processo infinito a prescindere dalle decisioni che invece è (spesso) necessario prendere in tempi brevi.

Heller dice: “Se non si postula un consenso relativo alla decisione, non si può parlare di una democrazia socialista”.

Senza consenso si ha repressione o nella migliore delle ipotesi la dittatura della maggioranza contro la minoranza. Ma senza decidere, nessun gruppo sociale può esistere e l’esito di tutte le esperienze democraticiste è affidare le decisioni alla stanchezza o sprofondare nel caos, dopo estenuanti dibattiti. E qui viene la sua proposta: “Un autentico consenso in favore della decisione e prima di essa, il che significa al tempo stesso la libertà da ogni repressione, si può configurare solo se si postula la validità universale di alcuni valori ai quali si possa sempre ricorrere nella discussione. Questo postulato si basa anche sull’esperienza: tutte le comunità che finora hanno assunto ed hanno praticato la regola del consenso nel processo decisionale, sono state caratterizzate dall’ammissione di alcuni valori collettivi considerati evidenti”.

In una società socialista ciò è possibile poiché sussistono valori riferibili senza contraddizione ad una idea di valore già evidente, quella della libertà. Sulla quale si possono innestare tre valori materiali non contraddittori:

1. IL VERO, ovvero la comunicazione razionale, di cittadini adulti, libera dal dominio (e qui riprende Habermas);

2. IL BENE, ovvero il riconoscimento e la soddisfazione dei bisogni di tutti (a ciascuno secondo i suoi bisogni…)

3. IL BELLO, ovvero lo sviluppo di tutte le facoltà umane (da ognuno secondo le sue capacità…).

“Questi sono valori fondamentali, al tempo stesso individuali ed universali, che rendono possibile il consenso prima della decisione ed in favore di essa”.

La società socialista non balza dalla testa di Zeus, ma presuppone un processo di sviluppo attraverso la prassi nonché nuovi tipi di Offentlichkeit”, cioè nuove modalità di costruzione del consenso, nuovi livelli di discussione e quindi nuove istituzioni.

Questa nuova Offentlichkeit potrà svilupparsi se si saprà agire su tre livelli (tra loro interconnessi).

Il primo livello è quello della controcultura, nelle teorie, nell’arte e nel campo educativo.

“La controcultura non è un movimento, ossia non è unitaria, infatti vi partecipano movimenti del tutto diversi e anche individui che non sono legati a nessun movimento. La controcultura ha bisogno di disporre di alcune istituzioni, ma anche di partecipare alla distribuzione del potere all’interno delle istituzioni dominanti, per esempio alla gestione dei mass media, in primo luogo la televisione, ma anche del settore educativo. Ciò significa che la controcultura si deve costituire a cultura nel corso di un processo di lunga durata (il processo di generalizzazione dei bisogni ad essa rivolti). Per usare i termini di Gramsci, deve conquistare l’egemonia”.

Il secondo livello è quello delle comunità. “Qui è fin dall’inizio di radicale importanza che le decisioni vengano effettuate sulla base di un vero consenso. In questo microcosmo avviene la creazione di nuove forme di vita, di nuovi sistemi di bisogni. Da un lato nuove forme di convivenza quotidiana, come le comuni o le comunità di abitazione, dall’altro cellule di movimenti radicali diversi, rappresentano quei tipi di comunità, permanenti o provvisorie, in cui l’uomo intero è quotidianamente coinvolto nell’Offentlichkeit comunitaria”.

Il terzo livello è quello dell’autogestione, nelle fabbriche ma non solo:

“E’ questo il luogo della democrazia dei produttori. La comunicazione libera dal dominio implica qui la discussione sulla razionalità tecnico strumentale in base a postulati-guida di Valore”.

Ciò può e deve avvenire producendo consenso in favore e prima della decisione: “In primo luogo perché qui le decisioni sono molto più difficili da rivedere mediante processi di comunicazione a posteriori, in secondo luogo perché l’istituzione autogestita è minacciata in misura maggiore dei due livelli precedenti, da un tipo di falso consenso, quello prodotto dalla stanchezza”.

“Tuttavia, la generalizzazione dell’autogestione è la premessa dell’universalizzazione dei primi due piani della nuova Offentlichkeit. Nel corso di questo processo viene infatti superata la proprietà privata e sostituita dalla proprietà di tutti i cittadini. L’autogestione è la base materiale di una Offentlichkeit socialista e democratica”.

Non aggiungo commenti perché queste parole già di per sé hanno molto da dare e da dire a chi, come noi, si appresta a “stare politicamente dentro”, in modo consapevole e partecipato, alla transizione di sistema che è in atto.


[2]Agnes Heller, Morale e rivoluzione, Roma, 1979, pag. 86

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Pubblicato da su 12 agosto 2012 in Uncategorized

 

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