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Il cambiamento non è nello statalismo, ma nelle formazioni economico-sociali virtuose

28 Nov

L’individuo si costituisce all’interno di specifiche formazioni economico-sociali: questo il grande contributo di conoscenza apportato dagli studi sociali, da Marx alla sociologia.

Ciò significa uscire dalle visioni astratte (Kant, Rousseau, Hobbes, ecc.) secondo le quali per pensare all’individuo occorre teorizzare uno “stato di natura” originario, paradisiaco per Rousseau, di homo homini lupus per Hobbes, ecc. La parabola di Bernard de Mandeville e la teoria della mano invisibile di Adam Smith, hanno ancora in comune quell’orizzonte. E sono state funzionali a fondare ideologicamente il sistema di sfruttamento capitalistico del lavoro.

Esiste una sterminata letteratura che dimostra come storicamente l’essere umano si sia evoluto grazie alla cooperazione e non solo la competizione. Lo sviluppo produttivo e sociale sono favoriti da condizioni relazionali assai diverse da quelle dei “vizi privati che creano pubbliche virtù”. Rispettare i patti, contrarre matrimoni tra etnie diverse, soccorrere i parenti in difficoltà, rimettere i debiti, prestare il proprio lavoro a favore del campo altrui, in poche parole, la reciprocità, nella storia dell’essere umano, è il modo più normale per “tenere insieme” le società ed i popoli e farli progredire. I libri di storia spesso queste cose non le raccontano. Il concetto di “giusta misura” non significa un bel nulla, anzi fa erroneamente pensare che si tratti di trovare una via di mezzo tra il buonismo rinunciatario e l’arroganza dei predatori.  Il problema è un altro, e ben più complesso: analizzare, e se possibile attualizzare, le specifiche configurazioni politiche, economiche e sociali che favoriscono modi di convivenza a somma positiva.

E’ precisamente questo il motivo che mi rende sospettoso verso ipotesi di “dirigismo statale” che vedo enunciare sul sito “Appello al popolo” da Andrea di Stefano. Ed anche verso alcune proposte caldeggiate da alcuni compagni di Alternativa (assunzioni di massa nella pubblica amministrazione, aziende di Stato, reddito garantito a tutti a prescindere…), per non parlare di tutti quei pezzi di estrema sinistra che si sono convertiti in un anticapitalismo fondato sul nazionalismo statalista e militarista.

Di fronte alla disgregazione prodotta dal liberismo e dalla globalizzazione sarebbe un grave errore, assai poco dialettico, pensare di concentrare tutti i poteri in un organismo statale centralizzato illudendosi che esso possa riconquistare quella sovranità (monetaria, economica, fiscale, informativa, educativa, ecc.) oggi detenuta dai mercati finanziari. L’operazione può anche riuscire ma a quel punto il malato è morto.

Non è solo un problema di “giusta misura” (tra centralizzazione statale e diffusione locale dei centri di potere) ma di configurazioni economico-sociali entro le quali si costituiscono gli individui, le comunità e lo Stato (forma storicamente determinata della solidarietà allargata tra individui, comunità e popoli).

Se, come credo, il cambiamento in atto richiede di porre potentissimi freni alla finanziarizzazione, alla globalizzazione ed alla privatizzazione,

se, come credo, è necessario riconquistare in primo luogo la sovranità monetaria, uscendo dall’Euro, cancellando il debito e nazionalizzando le banche,

se, come credo, è necessario introdurre dispositivi di semplificazione della complessità del gioco democratico e scardinare il potere dei mass media;

se, come credo, è necessario disporre di apparati pubblici efficientissimi per il controllo dei movimenti di capitale, per la lotta all’evasione fiscale, per contrastare le mafie e più in generale per garantire il rispetto della legge… se tutto ciò è necessario per la transizione,

allora a maggior ragione occorre porsi da subito il problema dei checks and balances, ovvero quali antidoti, quali risorse interne al sistema sociale è necessario “coltivare”, affinché la transizione non trasformi le nostre società in una gabbia d’acciaio e non sbocchi in una dittatura.

La risposta sta nell’affermazione di apertura: ampliare gli spazi di azione di quelle formazioni economico-sociali che storicamente hanno sostenuto lo sviluppo del nostro paese. Questo è il punto di forza, la risorsa che consentirebbe di controbilanciare l’inevitabile centralizzazione, compensandola con un di più di partecipazione (che non significa solo andare alle manifestazioni ma ad esempio, poter creare una impresa senza essere soffocati dal fisco e dalla burocrazia).

Il cambiamento o sarà di popolo o non sarà. E la saggezza dei popoli sta nell’imparare dagli errori del passato. Il modello Unione Sovietica ancorché poco desiderabile non ha più alcuna possibilità di essere ricostituito. Per il semplice fatto che l’individualismo è la cifra irreversibile della modernità.

Ed allora si apre un orizzonte smisurato per il cambiamento, che dovrà necessariamente tenere insieme forti dosi di regolazione pubblica dell’economia (sulle banche soprattutto) e l’apertura di grandi spazi al protagonismo delle comunità (locali in particolare, ma non solo).

C’è molto lavoro da fare, magari indagando sul capitalismo molecolare del Nord-Est, sulla Terza Italia, le reti di piccole imprese, il made in Italy, il design, le forme di cooperazione tra produttori, commercianti e banche locali, ecc. Ma anche le scuole di formazione professionale di origine cattolica, il mutualismo operaio di inizio 900, il modello Coldiretti degli anni 60 e 70, l’idea di impresa industriale di Camillo ed Adriano Olivetti ed ancora il localismo dei 100 comuni. E  le nuove forme che gli amici della Decrescita Felice ci indicano, come le Transition Town, i gruppi di acquisto, il commercio equo e solidale, ecc.

Sono convinto che la storia economica e sociale recente del nostro paese contenga veri e propri giacimenti, ahimè oggi tutti in rapida consunzione.

Recuperare le energie di cooperazione sociale, ciò che in modo ancora confuso alcuni studiosi definiscono “capitale sociale”, è la seconda gamba su cui deve reggersi il cambiamento in atto.

Questa è ciò che definirei una visione dialettica della rivoluzione.


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Pubblicato da su 28 novembre 2011 in dodici punti

 

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