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A chi interessa la riduzione degli orari di lavoro?

16 Nov

In riferimento ai temi della disoccupazione ed alla necessità di favorire stili di vita meno consumistici, da più parti viene rievocata la proposta politica della riduzione dell’orario di lavoro. Il limite di queste proposte è di fermarsi agli slogan senza entrare nel merito del termine “orario” e del termine “lavoro”. Ciò perché si assume implicitamente che l’orario vada inteso a livello giornaliero-settimanale e che il lavoro sia quello salariato del dipendente occupato presso organizzazioni medio grandi, dove si applicano i contratti collettivi di lavoro. Cioè si assume che tutti gli italiani lavorino come dipendenti presso grandi imprese sindacalizzate (o nella PA).

E quindi implicitamente si fa riferimento alle mitiche 35 ore, la rivendicazione degli operai metalmeccanici tedeschi degli anni 80 che per un decennio divenne anche la bandiera della FIM-CISL (la CGIL ha cominciato a parlare di riduzione di orario soltanto dopo gli anni 90, mentre da alcuni anni la CISL ha smesso di interessarsi al tema).

In questa accezione la proposta di riduzione dell’orario di lavoro assumeva contorni molto precisi: si trattava di una rivendicazione sindacale, che riguardava il lavoro dipendente (prevalentemente operaio), presso grandi imprese manifatturiere, e riguardava l’orario giornaliero-settimanale (proposta di turnazioni del tipo 6×6 o 7×5 in sostituzione del 8×5).

In questa accezione la proposta mirava ad interessare tutto il lavoro dipendente dell’industria “fordista” sindacalizzata e aspirava al mantenimento del salario netto mensile senza incrementare il costo del lavoro, in ragione di una maggiore produttività oraria che questi nuovi regimi avrebbero comportato, ed anche grazie a meccanismi di sgravio fiscale (come nel caso italiano, si vedano i contratti di solidarietà introdotti per legge negli anni 80).

La storia di questo trentennio dimostra che effettivamente questa proposta è stata applicata in Germania presso grandi industrie come la Wolkswagen favorendone il successo. Gli anni dal2000 inpoi hanno tuttavia riscontrato un certo arretramento su questo fronte, sia in Germania che in Francia, mentre in Italia di fatto la riduzione dell’orario di lavoro è entrata per piccole dosi nella contrattazione collettiva, portando di fatto l’orario settimanale delle grandi organizzazioni a circa 38 ore. In Italia nel pubblico impiego l’orario standard è da parecchi anni fissato in 36 ore.

Nei paesi nord europei la riduzione degli orari ha preso anche la direzione dei congedi parentali (per cui ad esempio è normale che un padre ottenga l’aspettativa di 6 mesi o più per allevare il figlio) e del part time.

In Italia i congedi parentali, pur previsti dalla legge, hanno faticano a realizzarsi, mentre ha avuto un certo sviluppo il part time, soprattutto nella pubblica amministrazione. Nel settore privato la logica dei congedi parentali, degli anni sabbatici e delle sospensioni dal lavoro “scelte dal lavoratore” per lunghi periodi, non è passata.

Elemento di grande portata è stata tuttavia l’introduzione negli anni 90 di nuovi tipologie orarie presso la grande distribuzione organizzata (GDO), fino ad arrivare alla situazione attuale per cui un ipermercato può fare ricorso a centinaia di tipologie orarie, fino al lavoro week-end, al punto che fatta eccezione per le figure direttive, per tutto il restante personale della GDO, il tempo pieno di fatto non esiste più. Va detto che tale flessibilizzazione degli orari è stata una iniziativa delle direzioni del personale ed in molti casi è stata “subìta” più che contrattata con il lavoratore.

Se si dovesse fare una comparazione tra gli anni 80 e gli anni 2010, sul numero di ore lavorate in media nella settimana, si vedrebbe che per la fascia dei lavoratori dipendenti del settore privato, escluso il Commercio, non vi sono sostanziali cambiamenti, perché l’accesso al part-time ed alle riduzioni contrattuali è stato compensato da un maggiore accesso al lavoro straordinario.

Nella pubblica amministrazione invece si nota una effettiva riduzione delle ore lavorate ed ancor più nella GDO, ma sono due contesti che meritano di essere analizzati a parte, perché in entrambi i casi la riduzione degli orari non pare aver prodotto esiti sociali particolarmente liberanti.

In questi 30 anni, mentre il numero dei lavoratori occupati è rimasto sostanzialmente stabile, nella sua composizione interna è drasticamente diminuita la componente del lavoro dipendente a tempo indeterminato presso grandi organizzazioni, in favore dei lavori atipici o presso la piccolissima impresa o il lavoro autonomo e professionale. Cioè si è drasticamente ridotta quella base di lavoratori a cui era indirizzata la proposta di riduzione dell’orario di lavoro.

Sono cresciute forme di impiego in cui il “lavorare meno”, lungi dall’essere una scelta, è una maledizione per il lavoratore che la deve subire. Una moltitudine di persone per le quali il problema non è lavorare meno ma guadagnare di più per poter stare dietro agli standard minimi di consumo.

Dopo la crisi del 2008 diventa ogni giorno più drammatico il problema non solo della disoccupazione giovanile ma anche dell’erosione dei redditi e dei risparmi familiari dei ceti medio-bassi (cioè della maggioranza della popolazione).

Negli anni 80 nelle assemblee di fabbrica gli amici della FIM CISL dicevano: “Con le tue ore di straordinario togli il lavoro a tuo figlio”.

In quella frase vi era il concentrato di una visione che oggi non è più applicabile. A dire il vero non era applicabile nemmeno allora, perché chi se ne intendeva di organizzazione del lavoro sapeva che è necessario disporre di margini di flessibilità nell’utilizzo della forza lavoro, per poter stare dietro ai repentini mutamenti del mercato in via di globalizzazione.

E che anche quando una direzione aziendale fosse fortemente convinta del valore etico ed economico della riduzione di orario, avrebbe in ogni caso necessità di un suo utilizzo discrezionale e selettivo e non lineare ed imposto dall’alto, come invece le proposte sindacali di allora postulavano.

Ma l’appello della FIM oggi è ancora meno applicabile perché quella base industriale manifatturiera si è drasticamente ridotta e soprattutto non è più concentrata in grandi stabilimenti bensì diffusa in micro imprese dove quel problema dell’utilizzo flessibile della forza lavoro è reso ancor più drammatico. Ed infatti in queste micro imprese si lavora molto di più e si considerano le 40 ore come limite “minimo”. L’erosione del potere d’acquisto dei salari ha reso necessario un maggiore accesso al lavoro straordinario, nel senso che oggi sono i lavoratori a chiederlo più che i datori di lavoro ad imporlo.

Se poi lo sguardo si sposta aldilà del manifatturiero per osservare i lavori nel commercio, nei servizi alla persona, nei trasporti, nei lavori della conoscenza e nei mestieri della società dello spettacolo, si avrà la chiara percezione di come in 30 anni il peso orario del lavoro sulla vita delle persone è diventato ancor più opprimente, con il paradosso per cui si lavora sempre di più per guadagnare sempre meno. Portandosi sulla schiena lo spettro della perdita del lavoro che in un contesto di scarsa protezione sociale significa senza reddito, cioè il baratro.

La proposta di liberare più tempo alla vita sottraendolo al lavoro salariato, rimane idealmente valida ma in questo contesto, se non è inserita in una nuova razionalità (che non può più essere quella della FIM anni 80), rischia di essere percepita dai lavoratori e dai disoccupati, come un lusso che soltanto il pubblico impiego si può permettere (una presa per i fondelli, quindi).

Si tratta allora di cambiare il punto di vista e quindi anche il linguaggio. In questo senso è necessario abbandonare il concetto di riduzione dell’orario di lavoro e cominciare a parlare di:

  1. nuovo equilibrio nel rapporto tra produzione e riproduzione (vedi Libreria delle donne);
  2. garanzia di accesso ai beni comuni (vedi movimento referendario);
  3. protezione sociale universalistica (rifondando il welfare state).

Ci ritorneremo.

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Pubblicato da su 16 novembre 2011 in Uncategorized

 

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